Esercizi spirituali laici del 17 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Anselmo d’Aosta (1033-1109), monaco benedettino diventato arcivescovo di Canterbury, uno dei più acuti pensatori del Medioevo latino. Il testo di oggi viene dal Proslogion, un’opera scritta come preghiera e meditazione insieme — non un trattato freddo, ma un dialogo dell’anima con Dio, scritto per convincere prima sé stesso e poi il lettore. È qui che Anselmo formula il celebre argomento ontologico, un tentativo di dimostrare l’esistenza di Dio partendo dalla sola idea che ne abbiamo nella mente, senza bisogno di prove esterne.

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Testo da meditare

Il primo capitolo del Proslogion si apre non con un ragionamento, ma con un’invocazione quasi disperata. Anselmo si rivolge alla propria mente come si scuoterebbe un compagno addormentato: si esorta a fuggire per un momento le occupazioni quotidiane, a chiudersi in una stanza interiore lontana da ogni pensiero che non sia Dio, e a cercarlo con tutte le forze.

Poi il tono cambia: Anselmo confessa la propria fatica. Descrive un’anima che cerca Dio e non lo trova, che vorrebbe vederlo e si sente troppo lontana, che desidera avvicinarsi e ne è impedita, che anela alla luce e viene accecata dalla propria stessa oscurità. Scrive, in una delle frasi più dirette del testo, che l’uomo è stato creato per vedere Dio e invece si trova a fare ciò per cui non è stato fatto — cioè il male — mentre trascura ciò per cui è stato fatto.

Segue una lunga serie di domande retoriche, quasi un lamento: fino a quando, Signore, ci dimenticherai? Fino a quando distoglierai il tuo volto da noi? Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai il tuo volto?

Solo alla fine del capitolo il tono si placa, e Anselmo formula la richiesta che diventerà il programma di tutta l’opera: insegnami a cercarti, e mostrati a chi cerca, perché io non posso cercarti se tu non mi insegni come, né trovarti se tu non ti mostri. Nasce qui la formula che lo renderà celebre — fides quaerens intellectum, la fede che cerca di comprendere — un atteggiamento in cui non si crede perché si è già capito tutto, ma si comprende proprio a partire dal credere, come chi impara a nuotare entrando in acqua e non studiando la teoria del nuoto sulla riva.

Accompagnamento al testo

Ciò che colpisce di questo testo, letto oggi anche da chi non condivide la fede di Anselmo, è la sua onestà psicologica prima ancora che teologica. Non è il testo di chi ha già tutte le risposte: è il testo di chi sperimenta la distanza tra ciò che desidera e ciò che riesce a raggiungere, tra il fine per cui è stato fatto e il modo in cui di fatto vive. Quella sensazione — cercare qualcosa che sembra sempre un passo più in là, sentirsi al contempo attratti e accecati dalla propria stessa luce interiore — non è un’esperienza esclusivamente religiosa. È l’esperienza di chiunque insegua un ideale, una verità, una versione più piena di sé, e si scontri ogni giorno con la propria inadeguatezza a raggiungerla.

L’intuizione più laicamente utile del capitolo è forse quella racchiusa nella formula “fede che cerca di comprendere”: prima viene l’impegno, l’apertura, la disponibilità a mettersi in cammino; solo dentro quel cammino arriva, se arriva, la comprensione. Vale per la fede religiosa come per qualunque apprendistato serio: non si comprende la musica prima di suonare, né la giustizia prima di praticarla.

Che cosa, nella mia vita di oggi, distoglie la mia mente da ciò che considero essenziale, così come Anselmo lamentava di essere distratto dalle occupazioni quotidiane? C’è un ideale o un valore per cui sento di essere stato fatto, ma che di fatto trascuro nella pratica di ogni giorno? Riesco a tollerare la distanza tra il desiderio di capire qualcosa fino in fondo e la fatica reale di arrivarci, senza cedere né alla rinuncia né alla pretesa di aver già capito tutto?

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