Le pietre sono cadute

Tutte le settimane leggo l’articolo di Alessandro Robecchi. La sua rubrica si chiama “Piovono pietre”.

Se mettiamo insieme i cinque ultimi Robecchi, secondo me succede una cosa interessante: smettono di essere cinque articoli su argomenti diversi e diventano quasi un unico discorso sul potere. Intelligenza artificiale, destra radicale, legge elettorale, Gaza, data center: cambiano i protagonisti, ma Robecchi continua a puntare la lampada nella stessa direzione.

La prima morale della favola che emerge è questa: diffidare delle parole con cui il potere racconta sé stesso. Chi detiene potere economico, politico o militare tende naturalmente a presentare le proprie decisioni come necessarie, tecniche, inevitabili. Robecchi, per come lo leggo io, fa il contrario: prende quelle parole solenni e le traduce in linguaggio comune. Ed è proprio lì che spesso compare il paradosso. L’IA salverà il mondo, ma intanto consuma acqua ed energia; bisogna difendere la democrazia, ma si pensa alla legge elettorale guardando i sondaggi; bisogna fermare gli estremismi, ma talvolta se ne adottano temi e linguaggi per inseguire gli elettori.

Una seconda lezione è più amara: quando la paura diventa il criterio dominante, molte cose che sembravano impossibili diventano accettabili. Paura della tecnologia, dell’avversario politico, dell’immigrazione, della guerra, del nemico. Robecchi sembra domandare continuamente: chi trae vantaggio dalla nostra paura? Non significa che ogni paura sia infondata; significa che la paura è un potentissimo strumento politico e commerciale, e perciò deve essere sottoposta al controllo della ragione.

Poi c’è una terza morale, forse ancora più importante: guardare chi paga il conto. È il filo che unisce sorprendentemente diversi articoli. I profitti possono essere privati mentre i costi vengono distribuiti; le strategie politiche vengono elaborate dai vertici ma le conseguenze ricadono sui cittadini; le guerre vengono decise dagli adulti e finiscono per travolgere perfino i giochi dei bambini. Robecchi sposta continuamente l’occhio dal centro alla periferia, da chi decide a chi subisce.

La quarta lezione riguarda la memoria. Nel pezzo sull’Europa e sull’estrema destra il sarcasmo del «libro di storia sul comodino» nasconde qualcosa di serio: la storia non immunizza automaticamente dalla ripetizione degli errori. Possiamo conoscere perfettamente il passato e continuare a riprodurne alcuni meccanismi. La memoria serve soltanto se diventa capacità di riconoscere nel presente ciò che cambia forma, lessico e protagonisti.

E infine c’è Gaza, dove il registro cambia. L’ironia si assottiglia fino quasi a scomparire. L’immagine dell’aquilone è decisiva perché contiene una morale che supera quel singolo conflitto: quando una società riesce a vedere una minaccia anche nel gioco di un bambino, qualcosa nella nostra percezione morale si è deformato. Qui la satira non serve più principalmente a far sorridere: serve a restituire proporzioni umane.

E allora arriviamo a una bella domanda: dopo aver letto i cinque Robecchi accendiamo la luce. Che cosa vediamo?

Vediamo un mondo modernissimo, pieno di algoritmi, sofisticate strategie elettorali, apparati militari, mercati globali e tecnologie potentissime. Ma sotto questa superficie avanzatissima ritroviamo problemi antichissimi: potere, paura, interesse, propaganda, disuguaglianza, responsabilità.

E vediamo soprattutto una cosa inquietante: molte assurdità non sono nascoste. Sono davanti ai nostri occhi. Soltanto che vengono avvolte in parole sufficientemente rispettabili da non sembrarci più assurde.

Forse questa è la lezione più profonda dei cinque articoli:

La satira accende la luce non perché conosca verità segrete, ma perché ci costringe a guardare senza il paralume delle parole.

E lentamente raggiungiamo il centro del nostro futuro, il “Lapsus in fabula”.

Il compito dell’ironia non è ridere del mondo. È togliere al mondo le giustificazioni con cui riesce a non vergognarsi di sé.

Questa, per me, è la vera lampada che rimane accesa dopo i cinque Robecchi.

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